mercoledì 14 ottobre 2009

Yangon




Anche qui si boccheggia. Forse un pelino meno di Bangkok. Ma l'atmosfera è cupa e grigia. Si intuisce subito che il monsone la fà da padrone.
La modernità thai è lontana anni luce. Mi sento come Benigni/Troisi sbalzati secoli indietro. STU-PE-FA-CEN-TE. Sembra un paesello di campagna sperduto, e invece è l'aeroporto internazionale.

Un gentile tassista mi porta in centro al prezzo fisso di 5 dollari (qui vige la doppia valuta: prezzi importanti in dollari, mentre cibo e merce da mercatini si paga in valuta locale). Negozio un tour della città a 10 dollari e il tassista mi porta in un'agenzia viaggi dove sperimento subito l'ospitalità birmana. Sono tutti di una gentilezza estrema. Mi offrono un caffè, mi lasciano telefonare, si prodigano per trovarmi un albergo a un buon prezzo e mi trovano un aereo per il giorno dopo. Dicono tutti che Yangon si visita in un giorno ed io voglio fiondarmi subito al nord.
La faccenda hotel però è strana. Di persona era completo (e il prezzo sarebbe stato 35$) prenotato dall'agenzia la camera si trova, e costa solo 22$. Mi garantiscono che prenotando da un'agenzia costa sempre meno. Effettivamente riscontrerò questa cosa anche più in là.

Dalla finestra dell'agenzia vedo Yangon dall'alto. Uno spettacolo poco felice; la città è chiaramente distrutta dalla povertà, dall'arretratezza delle strutture e ancora devastata dall'alluvione monsonica del 2008. E' un posto molto triste e per nulla affascinante. Torna infatti subito alla mente l'Havana, città egualmente umida e decadente, ma di una bellezza infinita.

Mi sistemo in hotel e, nonostante la stanchezza (mi sono svegliata alle 4 e sono in pieno fuso orario Europa-Asia) raggiungo subito il prode tassista, che mi porterà a visitare i posti clou.

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